Earned Media
Aprile 16, 2009
Credo che tale concetto iniziera a diventare di uso comune fra i markettari nostrani da qui a breve anche se ritengo che faccia riferimento a situazioni che sul web sono già in atto da tempo.
Earned media versus advertising tradizionale. Ossia il guadagnare spazio sui media senza pagarlo direttamente come forma di adv (attività tipicamente assegnata alle agenzie PR tradizionali). Aspetto che focalizzerà maggiormente l’attenzione di chi si occupa di p.r. e relazione con i media nelle agenzie tradizionali
Piu’ che nella specificità della attività di earned media in se quello che piu’ mi affascina e mi interessa anche a livello professionale sarà, anzi è, la sfida che contrapporrà sul medesimo campo diversi attori fra i quali Centri media, agenzie di p.r. agenzia di marketing e comunicazione digitale e strutture che forniranno strumenti e servizi ad hoc per misurare il successo di queste attività.
Proprio l’altro giorno un Cliente mi ha chiesto di avere alcune case study di nostre attività attinenti al social media marketing (o below the web che dir si voglia) in quanto potrebbe essere necessario affidare queste strategie ad altri player diversi dal loro centro media tradizionale. Finalmente avrei voluto dirgli…ma forse non vi ricordate che in passato abbiamo realizzato un progetto per cosi dire di earned media solamente che lo avevamo definito diversamente.
Da un mio modesto punto di vista ritengo che earned media sia un termine nuovo che in realtà descriva una situazione e uno scenario già in atto da tempo (per altro come molti altri termini che negli ultimi due anni sono diventati di uso comune per descrivere attività sul digitale) e che forse potrebbe essere piu’ utile agli operatori e alle agenzie di P.R. tradizionali che non a chi nasce e fa comunicazione su internet da sempre.
Internet P.R., below the web, earned media ecc ecc sono terreno di sfida che vedrà molti attori coinvolti sul medesimo terreno….anche se la cosidetta “morte del banner” sarà ancora per molto tempo rimandata
Google news e la fine della carta stampata
Aprile 9, 2009
Ho appena finito di leggere questo articolo (il link è di Dagospia):
http://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/articolo-5139.htm
Non mi voglio soffermare sulle dichiarazioni autorevoli di Murdoch legittimo sostenitore di un modello di business che preveda una fee per accedere ai contenuti editoriali . Quello che mi colpisce nell’articolo della Stampa è lo scenario che decrive il giornalista quasi a contrapporre la crisi dell’editoria tradizionale a Google ed internet in generale. Non voglio perorare la causa di Big G. (che non ha certo bisogno del sottoscritto) ma in questo caso l’articolo è a mio avviso fuorviante. Mischia e assembla situazioni molto differenti.
La decisione di consentire la lettura del Corriere online (ad esempio) facendo pagare all’utente una fee mensile/giornaliera e la cosidetta cannibalizzazione da parte di Google e della rete in genere delle risorse pubblicitarie sono aspetti diversi. Il pezzo che riporto nel virgolettato a mio avviso lo dimostra
“Da anni, limitandosi a citare la fonte come prevedono le leggi, migliaia di siti come Google news o Drudge Report alimentano gratis le loro pagine web con articoli scritti per i quotidiani di carta da giornalisti retribuiti dagli editori per i quali lavorano”
Già definire le serp di Google News come pagine in senso stretto mi sembra fuorviante per il lettore medio (lettore medio della strada che legge questo articolo sul caro vecchi quotidiano preso in edicola). Il giornalista non si sofferma sulla sottile differenza tecnica esistente fra una pagina di un quotidiano web e una pagina di risultati di ricerca che fanno da collettore di traffico sulle pagine di destinazione.
Anche su questo virgolettato ho qualche peplessità
“«minaccia priva di morale, che non crea nulla e raccoglie grandi quantità di pubblicità alle spalle del lavoro degli altri». “
Sempre secondo la logica dell’articolista sembrerebbe che Google rubi letteralemente la pubblicità e i conseguenti ricavi agli editori. Magari mi sono perso dei pezzi pero’ non è specificato che molti editori scelgano di loro spontanea volontà di aderire al network di Google Adsense per la gestione degli spazi invenduti capitalizzando così traffico che altrimenti non sarebbe monetizzato, che poi le % su ogni clic siano sbilanciate in favore del motore di ricerca questo è un’altro paio di maniche. In tal senso l’articolista avrebbe dovuto fare riferimento al recente accordo per la creazione di un consorzio che vede Rcs e Manzoni (piu’ altri editori) gestire in autonomia gli spazi che prima erano gestiti tramite il network di Google. Tentativo non so bene se riuscito o meno di tenere fuori Google dalle revenues pubblicitarie non gestite dalle rispettive concessionarie.
Alla stessa stregua anche Dagospia dovrebbe essere considerato un parassita di contenuti editoriali con l’aggravante che l’intero articolo in questo caso della Stampa è leggibile interamente su Dagospia.com con tutto cio’ che ne consegue a livello di traffico e utenti unici.
Credo che il problema sia molto complesso e non riguardi solo i quotidiani ma anche tutti gli editori e i produttori di contenuti. Questi dovranno di volta in volta scendere comunque ad accordi con i principali player della rete (Da Google a Youtube e via discorrendo). L’aspetto che pero’ mi colpisce è leggere come vengano trattate queste tematiche da parte della stampa in maniera parziale quando invece gli aspetti coinvolti sono molteplici e difficilmente riconducibili a schemi ed interpretazioni tradizionali