Google e Pagine gialle

Marzo 27, 2009

Mi sono domandato in questi due giorni in cui la notizia è stata resa pubblica a chi giovi maggiormente questo accordo (sintetizzando: Pagine Gialle viene accreditato da Google come rivenditore ufficiale integrando il sistema adwords all’interno di PGClick che presumo sia una sorta di suite che consenta ai numerosi clienti e pmi di PG di gestire in autonomia attività di web marketing).

Lato Pagine Gialle: Seat grazie all”imponente database di aziende ha come strategia quella di ergersi a Web Agency totale fornendo a queste aziende (la maggior parte di esse le cosidette Pmi) un servizio di marketing online a 360 gradi. Ed è proprio notizia di oggi venerdì 27 marzo la nuova campagna di Seat pagine Gialle che ha come obiettivo la comunicazione di questo servizio. L’accordo con Google come rivenditore ufficiale dovrebbe fornire proprio l’endorsement in tal senso.

Lato Google: con questo accordo hanno trovato una rete vendita cappilare sul territorio che proponga i suoi servizi di kw adv in maniera diretta. Rete vendita totalmente a carico di Seat Pagine Gialle. In seconda battuta Google ha accesso diretto allo sterminato database Clienti Seat…ma del resto il loro motto è Don’t be evil.

Mi pongo una domanda da semplice commerciale. Oltre all’endorsement di cui  PG  beneficerà, da questo accordo è prevista anche una sorta di revenues  sharing sul traffico-clic generati tramite l’imponente rete di vendita? Banalmente se la mia rete di venditori vende un prodotto di un mio partner quanto meno un’accordo commerciale che sottenda il tutto dovrebbe essere formulato (i.e. una percentuale sul totale del fatturato generato su Clienti che, benchè adwords sia un sistema open e utilizzabile da tutti, molto difficilmente si attiverebbero autonomamente).

 

P.S.

Ma la parte di campagna a sostegno di Paginegialle come partner web che verrà pianificata su Internet sarà gestita anche quella  da TBWA/Italia oppure se ne occuperà proprio lo staff web di PG?

Scrivo un breve post in merito all’evento organizzato come sempre molto bene dal MIP in merito alla multicanalità. Interventi dei relatori brevi precisi ed interessanti come sempre. Dati interessanti sull’analisi del fruitore dei mezzi di comunicazione la sua clusterizzazione in rapporto all’utilizzo dei vari canali e media e una analisi del livello di consapevolezza delle aziende sull’importanza della multicanalità. Ovvia focalizzazione sul cosidetto  consumatore reloaded. in estrema sintesi il consumatore che utilizza nelle sue decisioni d’acquisto un mix di canali d’informazione laddove i media digitali sono la parte preponderante. Utilizza l’online sia come risorsa informativa che come canale d’acquisto ed ha  ,tanto per usare un  neologismo da markettaro iniziato , un atteggiamento da prosumer. Tale consumatore è dato in costante crescita (circa 7,5 mil di consumatori reloaded stimati).  Piu’ interessante da un punto di vista personale l’analisi strategica che ha presentato Giuliano Noci sull’approccio delle aziende italiane e la cosidetta multicanalità. Mettendo in relazione la variabile “livello di consapevolezza della potenzialità di una strategia multicanale” con quella “livello di integrazione tra canali differenti”  i raggruppamenti che ne scaturiscono sono i seguenti:

MIOPI

Imprese fortemente legate all’utilizzo di leve di marketing tradizionali. Non conoscono le potenzialità dei nuovi strumenti e sono convinte che la maggior parte dei loro clienti non abbia un approccio multicanale. Magari preferiscono il classico prime time sponsorizzando il festival di Sanremo… (questa è una mia considerazione :-) ) seppur avendo magari in passato provato a piluccare i nuovi media così tanto per vedere e con budget residuali e risibili. Forse non si rendono conto che a poco a poco il ricambio generazionale potrebbero spiazzarli.

YES WE CAN

All’estremo opposto abbiamo quelle aziende che fanno della multicanalità la loro strategia, realtà che secondo la ricerca sono poco piu’ che delle rarità nel panorama italiano. Aziende che per forza di cosa sono strutturate con competenze specifiche e fortemente integrate.

VORREI MA NON POSSO

Aziende con un potenziale approccio alla multicanalità grazie a pochi manager coraggiosi e che hanno voglia di rischiare ma che non trovano sponda favorevoli all’interno dell’organizzazione. Tipico caso di aziende votate a logiche di comunicazione tradizionale, e che sottostimano la potenzialità dei nuovi mezzi e canali di contatto con il proprio target. Probabilmente sono queste le aziende su cui ci si debba concentrare in un’opera di evangelizzazione. Secondo la mia esperienza in tali aziende l’esigenza di sviluppare tali strategie nasce e si radica solo dopo tutta una serie di iniziative “tattiche” oltre che dal rendersi conto dell’obsolescenza di determinati canali (oltre che del proprio target di riferimento).

 

VORREI MA NON RIESCO

Aziende che pur adottando una strategia multicanale (tipicamente realtà che lato vendita/rapporto con il Cliente affiancano per così dire on e off line) non riescono a coordinarsi internamente oppure il concetto di multicanalità nel rapporto con i loro clienti è solamente parziale. Realtà aziendali comunque già su una buona strada.

Inultile dire che nella mia esperienza sul campo abbondavano i casi di aziende cosidette miopi (almeno fino ad un paio d’anni fa), il panorama e lo scenario attuale si configura piu’ come una mix fra la terza e la quarta categoria per cui posso dire di nutrire una certa fiducia nel futuro. Fiducia che nasce anche dall’auspicio che in uno scenario come l’attuale che vede l’intersecarsi di alcuni macrofenomeni (crisi finanziaria, mutamenti lato consumo dei media tanto per citarne alcuni) si rafforzi l’esigenza a focalizzare maggiormente su quei mezzi che consentano fin da subito una misurazione immediata dei risultati con una relativa dispersione del target.

Una nota a margine dell’incontro di ieri è stata l’assenza fra i relatori di un rappresentante di IAB. Dato per assodato che nel concetto di multicanalità il digitale risalta per forza di cose sarebbe stato a mio avviso interessante un loro intervento.

Last but not least i dati sul peso dell’online sul totale degli investimenti media (dati Nielsen MR Gennaio-Ottobre 08 ) mi sono sembrati piu’ realistici delle doppie cifre (tanto per intenderci) che circolano quando ce la cantiamo e ce la suoniamo fra di noi.

Durante lo Iab dello scorso novembre 2007 questa era la % che un po’ tutti sparavano per indicare il fatturato che sarebbe stato allocato sull’online rispetto al totale del budget di comunicazione dalle aziende…mah io ho i miei dubbi.

Ma cosa state aspettando…a prendere in considerazione il marketing digitale in maniera seria e strategica? E’ una domanda che mi pongo fra me e me ma vorrei gridarlo in faccia ai Clienti e prospect che mi capita di visitare. Mi rifaccio a questo post significativo http://www.marketingroutes.com/2008/07/24/internet-e-la-crisi/ che mi ha fatto pensare ma anche diciamo così confortato in un certo senso.

Da un punto di vista strutturale direi che è proprio in questi momenti di panico generalizzato che le aziende devono convincersi ad esplorare nuove vie senza paura e con inventiva e creatività. La crisi c’è è percepita e francamente che cio’ implichi un calo degli investimenti in comunicazione dei big spender dell’alta finanza (creativa) come Lehman Bros e Merrill Lynch mi puo’ toccare relativamente ( a meno che non sia un account per Time o WsJ).

Ovviamente le ripercussioni sui consumi a medio termine mi danno da pensare, calo dei consumi  ecc ecc,significa che le aziende non smuovono i budget. Ed è proprio in questi momenti di buriana che si dovrebbe  iniziare a pensare in positivo. I media tradizionali sono in crisi o comunque le loro audience si fossilizzano su certe fasce d’età, i costi per pianificarli non pare seguano tali tendenze mentre sul versante dei nuovi media si aprono numerose opportunità con costi e barriere d’accesso (e questo dovrebbe interessare le cosidette Pmi) non elevate.

Oltre agli aspetti economici si dovrebbe tener conto che i frritori dei media digitali aumentano in quasi tutte le fasce d’eta specialmente e non solo fra quelle piu’ giovani. Ho avuto modo di entrare in contatto con talune realtà che per caratteristiche di prodotto e di target dovrebbero puntare decisamente anche sul digitale perchè non stiamo a girarci troppo attorno ma il tuo target (che magari ti guarda anche la DeFilippi in tv) lo becchi anche li nei social network et similia, lo colpisci online dove oramai passano una gran parte del loro tempo sootratto in parte anche ai media piu’ tradizionali.

Mi domando se sia un problema generazionale/culturale. Dobbiamo aspettare che i cosidetti giovani si facciano largo all’interno delle aziende, oppure che il ” figlio del padrone della ditta” nel caso delle Pmi prenda il posto del padre e decida di investire sul marketing digitale in maniera seria e strategica lasciando magari perdere “l’amico di mio figlio che tanto mi fa il sito con 500 €”? La cosa sconfortante è che anche aziende di un certo prestigio hanno per certi versi applicato la stessa logica…

Riprendo il discorso dalla prima puntata partendo dal “permetta”. Giusto ieri mi sono trovato in una situazione per certi versi assimilabile. Dalla scorsa settimana s’è deciso di intensificare le attività di new business puro in agenzia coinvolgendo altre “risorse” e per meglio distribuire le chiamate si è deciso di puntare su aziende (nella fattispecie il settore alimentare per quanto mi riguarda) di seconda fascia diciamo così, tanto per intenderci quelle aziende che investono in pubblicità sulle reti televisive locali giusto per dare un’idea.

La situazione che mi si è palesata è stata la classica in cui ho contattato il numero centrale e in mancanza di un nominativo richiedere di parlare con il responsabile comunicazione.  In tali tipi di aziende spesso chi si occupa di comunicazione accentra spesso anche altre responsabilità (i.e. direttore commerciale) per cui già partiamo in una situazione di handicap, difficilemente ti verrà concesso l’onore di poter conferire con chi stai cercando; quindi il cerbero in questione o miss-permetta (in realtà ieri ho chiamato una azienda della provincia di Milano per cui la fatidica parola non “usa”) ti chiede di inviare materiale di presentazione ad un indirizzo mail (per fortuna non ti chiedono piu’ di mandare un fax…altra cosa che eufemisticamente parlando mi fa venire il nervoso) che il piu’ delle volte è marketing@nomeazienda.it., in pratica l’anticamera del cestino.

Questo scenario deve fare riflettere chi si occupa di comunicazione specialmente di comunicazione innovativa sui media digitali. La sensazione corrente confermata anche dai responsabili e dirigenti di grosse realtà internazionali (McCann, Microsoft Italia ecc.) è che per l’immediato futuro si dovrà puntare sulle PMI, vero e proprio bacino pressochè inesplorato. Aziende in cui la comunicazione viene spesso associata ai mezzi tradizionali magari con una forte impronta localistica e dove lo sviluppo di una coscienza e di una professionalità è in certi casi agli albori. Su questo settore c’è un gran daffare specialmente sul settore dei nuovi mezzi digitali. Va da se che quanto esposto in maniera semiseria piu’ sopra e nel post precedente debba far riflettere. Non possiamo far passare il concetto che per le PMI il solo modo per fare comunicazione innovativa sia quello di avere le proprie adwords su Google e chi s’è visto s’è visto…bisogna evangelizzare mostrare le case study di successo con dati alla mano spiegare e coinvolgere con nuove idee queste aziende senza aspettare il ricambio generazionale ai vertici di queste per sperare in un cambio di direzione.